Se lanciamo uno sguardo al mondo dell’innovazione, della tecnologia, dell’automotive di nuova generazione, appare sempre più evidente come la parola d’ordine sia “aggiungere”. Aggiungere pulsanti, aggiungere schermi, aggiungere funzioni. Ma siamo sicuri che l’aggiunta di infinite possibilità sia una soluzione davvero efficace?  Siamo sicuri che un lavoratore chiamato ad interfacciarsi con uno strumento digitale tragga giovamento dall’avere a disposizione un’infinità di comandi e di segnali?

 

Esiste una disciplina relativamente recente che può rispondere a tali quesiti, la Neuroergonomia. Questa area interdisciplinare di ricerca e pratica combina le neuroscienze e l’ergonomia al fine di massimizzare i benefici di ciascuna disciplina. L’obiettivo non è solo quello di studiare la struttura del cervello e la sua funzionalità, obiettivo per antonomasia delle neuroscienze, ma di farlo nel contesto della cognizione e del comportamento umano in contesti lavorativi e, più in generale, in tutti gli ambiti di interazione tra uomo e tecnologia (Parasurman, 2003).

La neuroergonomia indaga le basi neurali dei processi percettivi e cognitivi come vedere, sentire, prestare attenzione, ricordare, decidere e pianificare in relazione alle tecnologie e agli ambienti reali. Inoltre, poiché il cervello umano interagisce con il mondo attraverso un corpo fisico, la neuroergonomia è estremamente interessata ai correlati neurali delle prestazioni fisiche come afferrare, spostare o sollevare sia gli oggetti che i propri arti.

 

I metodi

La neuroergonomia si avvale degli strumenti di indagine tipici delle neuroscienze e della psicofisiologia, utilizzandoli però in ambienti reali, come in situazioni di interazione uomo-tecnologia oppure durante la guida di mezzi di lavoro o di trasporto (dalle macchine agricole agli aeroplani).

L’elettroenefalografia

L’elettroencefalografia (EEG) è la misurazione dell’attività elettrica del cervello attraverso l’applicazione sullo scalpo di un certo numero di elettrodi. Nel campo della neuroergonomia, questo strumento consente di ottenere delle indicazioni importanti circa il livello attentivo dell’individuo e il suo carico cognitivo, una misura di quanto il cervello è impegnato in un determinato momento, ad esempio a causa di un eccesso di informazioni, spesso ridondanti e inutili.

L’analisi dei movimenti oculari

Nel campo della neuroergonomia è di fondamentale importanza capire dove si posiziona il nostro sguardo durante l’esecuzione di un compito e di un comportamento. Un sofisticato strumento chiamato eye-tracker consente di registrare, attraverso piccole ma potenti telecamere in combinazione con un tipo di illuminazione prossima agli infrarossi, la posizione dei nostri occhi nello spazio, millisecondo per millisecondo. Questa tecnologia è cruciale per comprendere quali sono i punti più salienti del campo visivo (quelli su cui lo sguardo si sofferma maggiormente) e quali invece risultano inutilizzati.

La conduttanza cutanea

La conduttanza cutanea (o risposta galvanica della pelle) indica l’attività delle ghiandole sudorifere, che riflettono l’intensità dello stato emotivo dell’individuo. Questo consente di misurare il livello di arousal emotivo, un chiaro indicatore della quantità di stress generato da una determinata attività. La misurazione è di estrema semplicità e viene effettuata tramite l’utilizzo di un sensore indossabile composto da due elettrodi, che vengono applicati sul dito indice e sul dito medio.

La variabilità della frequenza cardiaca

La variabilità della frequenza cardiaca (in inglese Heart Rate Variability – HRV) è un parametro che viene estrapolato dall’elettrocardiogramma (ECG) ovvero la misurazione continua dell’attività cardiaca. Questo parametro è di fondamentale importanza, poiché è una misura indiretta dell’attività del sistema nervoso autonomo, quel sistema che controlla le funzioni di tutti gli organi interni (cuore, polmoni, ecc.). In un cuore sano c’è una normale variazione, in termini di millisecondi, tra i battiti del cuore. In un cuore stressato, al contrario, i battiti cardiaci sono più costanti e tale variazione tende a ridursi. Un basso valore di HRV, quindi, è un indice di una scarsa attività parasimpatica dovuta a stress.

 

L’importanza della neuroergonomia

A questo punto, appare chiaro come lo studio scientifico del cervello per identificarne non solo la struttura ma anche e soprattutto la funzionalità (neuroscienze) debba essere necessariamente integrato con lo studio dell’interazione uomo-macchina in contesti naturali, lavorativi e non (ergonomia). Grazie agli sviluppi nel campo della neuroergonomia è oggi possibile identificare tecnologie e interfacce human-friendly e supportare la progettazione di ambienti di lavoro più sicuri ed efficienti, che siano in grado aumentare il well-being del lavoratore, massimizzandone al contempo la produttività.

 

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